Saul Arpino ritorna…


Avete visto quella faccia della foto in vetrina… chi è quello, sono forse io?
Potrei dire di sì ed anche di no…. Sono io per le convenzioni del mondo, non sono io perché l’io non può essere fissato ad un’immagine momentanea e mutevole.
Quell’io che vedete è un attore che recita in una commedia, in un certo senso non ha nome né forma precisa, come tutti gli attori che possono interpretare vari ruoli.
Ma il mio vero “io” non si manifesta solo nei ruoli ma nella sceneggiatura, nei costumi, nelle parti comprimarie, nella musica, nella regia, nelle luci, negli spettatori… eccetera…


Volendo però dargli un nome chiamerò quell’io Saul Arpino. Un nome inventato? Forse sì e forse no.. il nome potrebbe esistere od avrebbe potuto esistere… mio nonno –ad esempio- avrebbe potuto chiamarsi così… poi per motivi banali, di sopravvivenza bruta, prese a chiamarsi Paolo D’Arpini… ed io voglio seguire il suo esempio -ma al contrario- cambio nome e divento Saul Arpino, perlomeno su questo blog.


A proposito di blog… sentivo il desiderio di crearmi un piccolo palcoscenico sul quale recitare alcune parti che non mi sono consentite in altri spazi. Da questo luogo, che forse mi riporta indietro nel tempo, un ritorno ai dinosauri del passato remoto oppure verso un avanti sconosciuto, non so, mi prenderò la libertà di raccontare e mostrare agli accorti lettori alcune segrete immagini dell’essere… di quel che io sono o non sono, descrivibile o indescrivibile…..


Vostro affezionato, Saul Arpino.

lunedì 4 febbraio 2013

Asini in guerra - Lettera al Giornaletto di Saul di Marinella Correggia


Marinella Correggia: "Guerre e  angeli silenziosi,  dalle lunghe orecchie”


Qualcuno ha notato quegli angeli dalle lunghe orecchie e dai languidi occhi che anche nella peggior sorte si rendono così utili e non chiedono quasi nulla? Quando le guerre o altre calamità flagellano luoghi poveri (e succede spesso), tanti piccoli asini accompagnano, alleviano, talvolta salvano masse di esseri umani in fuga. In quella pena di morte collettiva che è la guerra, loro ci sono.

Dal nord del Mali, a dorso d’asino hanno trasportato i loro pochi averi tante famiglie dirette verso il Sud o i paesi confinanti per scappare, nei mesi scorsi dalla minaccia delle bande armate islamiste/trafficanti e ora da quella delle bombe francesi. E nel 2001, molte delle centinaia di migliaia di famiglie che dall’Afghanistan prendevano i sentieri e le strade verso il Pakistan, avevano ammassato l’indispensabile sui loro asini, mentre le casupole di terra, terreni minati e scarne coltivazioni facevano da tirassegno agli aerei da guerra anglostatunitensi (a proposito: anche due cani sminatori risultarono fra le vittime delle bombe, a Kabul).

Cambia la geografia, cambiano gli abiti e l’eziogenesi ma rimane l’esodo, troppo spesso senza ritorno. Emergenza siccità in Africa, 2011 e 2012: nelle foto di persone in marcia nella polvere, il nulla lasciato alle spalle, non mancavano mai gli asinelli carichi, insieme ai veli di donne magre, un’immagine eterna. Negli stessi mesi i mesi la “coalizione del volonterosi” di turno bombardava la Libia (da lì, sono scappati a milioni ma senza asini, questione di reddito).

Li usano i fuggiaschi ma anche i soccorritori. Asini e muli riescono portare acqua e cibo in zone imperive e povere. Sono stati dei salvavita durante i terremoti in montagna. E nell’attacco israeliano a Gaza, nel 2008, capitò che fecero da ambulanza per i feriti quando quelle a motore non potevano arrivare.
Sono gli ultimi animali a morire, i più resistenti, quelli che portano acqua e legna fino allo stremo. Ma nemmeno loro si salvano certe volte. La tremenda siccità del Sertao in Brasile ha lasciato asini e muli morti per strada.

Gli equini da lavoro – asini, ma anche muli e cavalli da tiro – sono proletari da sempre, sisifo che condividono le fatiche quotidiane dei compagni umani. Sfruttati. Mal ricompensati. A loro Leonardo da Vinci, vegetariano e antispecista ante litteram dedicò un indovinello: “Le molte fatiche saran remunerate di fame, di sete, di disagio e di mazzate e di punture”.

Come proletari, gli equini da tiro furono mandati a morire nelle guerre, insieme ai soldati di leva. Fanti al macello, a due e quattro zampe. Quelli a quattro, incolpevoli trasportavano a dorso armi, munizioni, cannoni. Accadeva che salvassero i soldati feriti, portandoli via dalla battaglia e dalle trincee. Adesso in guerra gli asini non servono più. Ma in Afghanistan nei posti più impervi i militari stranieri ne hanno ingaggiati, per il trasporto di acqua e viveri in basi militari di montagna. E’ diventato famoso l’asino Hermann che lavorava per i tedeschi. A un certo punto si è ammutinato. Ha saggiamente disertato.

Marinella Correggia

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